Marta Piazza: La storia che voglio raccontare è quella di mia nonna… una vera donna d’a-mare!


nonna-2Pubblichiamo la storia della nostra giovane collega Marta Piazza, proprietaria dei Bagni Pinuccia di Varazze, che sono stati premiati dal Segretario Generale Fee, come migliore Stabilimento Balneare d’Italia. (fonte)

La storia comincia molti anni fa, era ancora l’800, gli ultimi anni dell’800. Un signore di nome Antonio Piazza, detto Barilon, si guadagnava da vivere curando la casa “Cerruti”, una casa di ricchi genovesi che si affacciava direttamente sulla spiaggia, quella casa che ancora oggi, dopo una certa ora porta l’ombra per avvisare i bagnanti che la giornata sta per finire.
Un pomeriggio di inizio estate, mentre Antonio curava il giardino della casa, arrivarono due signori, marito e moglie dell’alta borghesia in vacanza che, vedendo solo lui nei paraggi gli chiesero: “Siamo venuti da Genova e abbiamo molto caldo. Vorremmo fare un bagno ma abbiamo bisogno di un posto dove cambiarci, ce lo procura?”. Antonio, dopo aver riflettuto un attimo, si procurò quattro pali e un lenzuolo, e, senza sapere a cosa stava dando inizio, piantò sulla spiaggia i pali e ci avvolse attorno il lenzuolo … la prima cabina!
Da quel giorno, Barilon iniziò ad offrire quel servizio a chi lo desiderasse finchè, dopo un paio di permessi, ottenne la gestione di un pezzo di spiaggia (un tratto che comprendeva l’attuale concessione dei bagni Pinuccia) e, nel giro di pochi anni, fece nascere una delle prime spiagge attrezzate, presto conosciuta col nome di “bagni Barilon”, destinata a svilupparsi e riproporsi anno dopo anno, stagione dopo stagione.

Antonio Piazza viveva a Varazze con la moglie. Non avevano figli ma presero con loro il nipote Lorenzo Piazza (mio nonno!), rimasto orfano a soli 4 anni.
Lorenzo fin da piccolo aiutava gli zii nella spiaggia appassionandosi giorno dopo giorno a quella vita e a quel lavoro.

Con le innovazioni, i servizi sulla spiaggia andarono aumentando: le cabine erano diventate di legno, per creare zone d’ombra si piantavano pini tagliati nei boschi e sostituiti appena secchi; per le frescure si usavano rami di castagno poi sostituiti da rami di palme e veniva allestita la zona d’ombra con panchine e tavolini. Poi negli anni ’20 arrivarono i primi ombrelloni, tutti di colori diversi e posti disordinatamente, e l’insegna all’ingresso che dava la conferma dell’avvio di una vera e propria attività.

E qui entrò in gioco la mia nonna:
Vittoria Gaggero, viveva nel quartiere di San Nazario, a Varazze, insieme alle sue 7 sorelle, portando avanti la sua famiglia tra lavori di sartoria, una piccola stalla e l’orto. Vittoria nell’estate del ’34 faceva la bambinaia per una famiglia di Genova cliente dei bagni Barilon, così conobbe Lorenzo.

Presto Lorenzo e Vittoria (i miei nonni!) si innamorarono e nel 1935 si sposarono. Vittoria iniziò a lavorare nei bagni con il marito e subito si appassionò tanto quanto lui.

Nel ’33 Barilon era morto lasciando lo stabilimento balneare alla moglie, che (non essendo affatto una donna d’amare) fu subito interessata quando un varazzino, tornato arricchito dall’America, le fece un’offerta in contanti per comprare i bagni, non preoccupandosi di lasciare il suo “figlioccio” e la moglie appena sposati senza quel lavoro su cui avevano investito la loro vita e la loro passione (è proprio vero che la storia a volte si ripete!).
Lorenzo e Vittoria furono così obbligati a comprare lo stabilimento balneare dalla donna allo stesso prezzo che le era stato offerto dal ricco varazzino, raccogliendo tutti i risparmi propri, di parenti e amici. Così comprarono i Bagni Barilon. Per restituire i prestiti nel più breve tempo possibile mangiarono molto minestrone…a pranzo e a cena…per molte estati.

Anno dopo anno i bagni migliorarono e con l’arrivo della loro primogenita Giuseppina, detta Pinuccia, Vittoria decise di chiamare i bagni Barilon con il nome di “bagni Pinuccia”, come ancora oggi si chiamano.

Poi la guerra:
nel ’39, con l’inizio della guerra, tutta la spiaggia divenne territorio militare: il muraglione antisbarco dei tedeschi, il fortino e il bunker, tutto in cemento armato.

I bombardamenti colpirono la casa e il magazzino di Vittoria e Lorenzo dove tenevano tutta l’attrezzatura dei bagni.
Le cabine fortunatamente in gran parte si salvarono poiché le avevano date ai varazzini che avevano bisogno di un rifugio nelle campagne nelle notti di bombardamenti.
Finalmente finita la guerra, Vittoria e Lorenzo cercarono di ricostruire il proprio lavoro: di tutta l’attrezzatura della spiaggia non era rimasto nulla tranne le cabine che andarono a recuperare per le campagne, per il resto si arrangiarono come poterono, recuperando tessuti qua e là, anche sotto le macerie, che Vittoria pazientemente ricucì insieme.

Ciò che più angosciava i miei nonni era il fatto che il mare fosse irraggiungibile a causa di quel muro di cemento armato. Così un giorno, con una manciata di amici, Lorenzo prese un po’ di dinamite per aprire un varco verso il mare. La loro impresa riuscì ma, data la loro poca esperienza in campo dinamitardo, esagerarono nel quantitativo e l’impresa costò a Lorenzo la sostituzione di tutti i vetri rotti del palazzo Cerruti! (Mia nonna rideva sempre mentre mi raccontava questa parte!)
Incidente a parte, per quell’estate del ’45 i bagni Pinuccia accolsero gli sfollati di guerra e la gente poteva raggiungere il mare solamente grazie a quello squarcio nel muro.
Durante l’inverno il muraglione venne demolito dal Comune così l’estate seguente Lorenzo e Vittoria ricominciarono la loro attività a pieno regime.
Il fortino e il bunker, rimasero sulla spiaggia ancora per molti anni mentre le cabine e gli ombrelloni si destreggiavano tra queste montagne di cemento come se facessero parte della conformazione naturale del paesaggio sulla quale i bagni Pinuccia prendevano vita. Alcune tracce di queste installazioni rimasero ancora visibili fino al 2007.
Dopo la guerra la ripresa fu lenta e faticosa e, come normalità per gran parte dei varazzini, fino agli anni ‘70 Vittoria e la sua famiglia in estate affittavano la propria casa ai bagnanti e si trasferivano in un magazzino.

Negli anni ’60-’70 i bagni si evolsero e stabilizzarono con la costruzione di un ingresso, di un chiosco e di alcune strutture permanenti, prendendo le forme che li hanno contraddistinti fino al 2007 .
In quegli anni mio nonno morì, lasciando Vittoria prematuramente vedova, sola nella loro spiaggia, ma fortunatamente aiutata dal figlio Lino (mio papà!) che tutt’ora gestisce i bagni Pinuccia.

I personaggi principali dell’evoluzione e della crescita dei bagni Pinuccia dagli anni ’70 ad oggi sono i miei genitori (Lino e Anna), che, insieme a tutte le persone che negli anni hanno collaborato e calpestato la spiaggia dei bagni Pinuccia, hanno alimentato e tenuta viva la passione centennale per il mare e questo lavoro, trasmettendola anche a me (Marta) e a mio fratello Lorenzo.

Nel 2008 grandi cambiamenti: conseguentemente al completamento della nuova Marina di Varazze e del recupero della passeggiata a mare, i bagni Pinuccia si trasformano: le strutture anni ’70 sono demolite e, per la prima volta in oltre trent’anni, una nuova architettura balneare vede la luce sul litorale di Varazze.

Ed è proprio mio fratello Lorenzo, architetto e principale progettista dei nuovi bagni, a ridisegnare in chiave contemporanea lo stabilimento balneare e le forme della passione per il mare, la sabbia e l’ estate, riprendendo quel discorso iniziato tanto tempo fa da nostro nonno Lorenzo.

E’ una architettura che vuole valorizzare l’ambiente : la massima trasparenza verso il mare è l’obiettivo principale del progetto che aspira ad essere porta di ingresso e di accoglienza al mare piuttosto che prolungamento e affermazione del costruito sul litorale; punto base da cui partire all’attacco dello spazio circostante con i colori e i tessuti, le ombre e i rumori del grande teatro estivo: è bello immaginare che se Barilon tornasse a fare un giro sarebbero pur sempre il nascondiglio ideale per i suoi rami di castagno e lenzuoli, pronti a trasformarsi in cabine con l’arrivo del sole.

Vittoria, all’età di 93 anni, dopo aver passato ogni giorno di quell’inverno del 2008 a guardare i lavori sulla sua spiaggia che non sembravano terminare mai e sembravano aver squarciato, ancora una volta, tutto ciò che lei aveva costruito, riesce nuovamente ad entusiasmarsi quando vede i lavori terminati riuscendo ad apprezzare ancora una volta le novità ed i cambiamenti.

Un grosso progetto, un importante investimento, fatto per lasciare un buon futuro ai figli, ai nipoti e a chi ancora verrà. Un investimento che nel 2008 sembrava valesse la pena di fare.

La mia nonna Vittoria si è spenta quest’estate.
Come una vera donna d’amare. Fino all’ultimo è venuta, ogni pomeriggio, in spiaggia. Era quello che le dava la forza di vivere, fino a 97 anni.
Arrivava, salutava tutti i clienti e diceva ad ognuno di loro che erano ben 77 anni che calpestava quella spiaggia, e che ne aveva visti di cambiamenti, e che il cardiologo le aveva raccomandato di non prendere medicine perchè la sua medicina era andare in spiaggia tra la gente.

A fine luglio non è più riuscita a venire in spiaggia e senza la sua medicina ha fatto presto ad andare ad aprire un altro stabilimento balneare in paradiso, su quella concessione che da tempo il nonno ha addocchiato in attesa di allestirla insieme a lei! Se ne è andata felice tra l’affetto dei suoi clienti, sotto il sole caldo di agosto che ogni giorno della sua vita aveva ringraziato e con la spiaggia piena di bambini che giocavano e facevano il bagno.
Se ne è andata felice perchè sapeva di aver creato un buon futuro per i suoi figli e nipoti, ed era felice perchè io avrei dato un seguito a ciò che lei aveva creato con tanta fatica e amore.

Mia nonna sapeva tutto sul problema della Bolkenstein. Aveva 97 anni ma era molto informata. Per fortuna aveva quell’ingenuità che purtroppo le persone perdono dopo i 12 anni ma ritrovano dopo gli 85, e ogni volta che le parlavo del problema mi rispondeva che, appena i politici avessero saputo quanta fatica hanno fatto, lei e i suoi colleghi, durante la guerra, e tutti i minestroni che ha dovuto mangiare, nulla avrebbero potuto fare se non lasciarci la nostra spiaggia.

E’ vero, i sacrifici sono stati fatti dai miei nonni, dai miei genitori e io mi sono ritrovata tutto pressochè pronto e apparecchiato. Penso di avere ancora tanto da imparare, tanta spiaggia da calpestare, tante mareggiate da vedere, tante chiacchere da ombrellone da ascoltare, prima di essere una vera donna d’amare come mia nonna.
Questo però non vuol dire che non me lo merito: i loro sacrifici sono stati fatti perchè io potessi continuare la loro attività, non per regalarla a qualcun’altro apparecchiata così con i bicchieri di cristallo (magari avrebbero usato bicchieri di plastica); e penso che, mantenere, quanto abbiamo ereditato, all’altezza di ciò che è stato, di ciò che è la sua storia, senza perdere il passo coi tempi, sia compito altrettanto difficile e ambizioso. Non so se ci riuscirò, ma sono convinta che per un compito tanto grande sia condizione necessaria conoscere la nostra storia o almeno sentirsela nel sangue.

Marta, Bagni Pinuccia Varazze

Marta Piazza è su facebook, cliccare sulla foto della nonna per visualizzare il suo profilo

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One thought on “Marta Piazza: La storia che voglio raccontare è quella di mia nonna… una vera donna d’a-mare!

  1. Bellissimo, commovente e sritto con “passione”. Brava marta, meriti davvero di portare avanti il lavoro della tua nonna. Coraggio vai avanti!!!
    Zia Pinuccia

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